La Sartoria Partenopea: il mio percorso di vita

Faccio questo lavoro da quando ero molto piccolo. Ora ho qualche capello bianco (non troppi, eh), ma la passione è la stessa di quando misi piede per la prima volta nella bottega di un sarto. Sì la mia storia è cominciata molto presto. Avevo 12 anni e quella estate di tanti anni fa ho fatto una scelta radicale: ho lasciato i miei amici al mare e il Supersantos in un armadio. Ho preso ago, filo e forbici e sono andato a “mparà o’ mestiere".

Per ore, giorni, mesi la mia vita è stata circoscritta a uno spicchio tra Piazza dei Martiri e Via Chiaia a Napoli. Era una stanza 2x3m con sgabelli di legno e pareti di tufo masticate dal tempo, un piccolo angolo di mondo in cui l’odore della stoffa cingeva a sé il vapore caldo del ferro, mentre l’atmosfera si riempiva di suoni dal ritmo irregolare: forbici che tagliavano, spilli che cadevano e pedali schiacciati. Ma non è tutto: era una piazza, un luogo sociale in cui l’anima popolare partenopea incontrava quella alto-borghese e nobiliare.
Storie, vissuti e ceti diversi, accomunati da una grande imbuto culturale: il dialetto napoletano. Non esistevano orari predefiniti, anzi, il tempo era dilatato. Pause pranzo con la “marenna”, chiacchierate e partite a tressette e scopone erano le naturali interruzioni nella giornata lavorativa di una sartoria partenopea “a chilometro zero”.

A 12 anni ho preso ago, filo e forbici e sono andato a “mparà o’ mestiere.

E io? Cosa facevo? Mi innamoravo di tutto questo. I miei maestri erano dei prestigiatori. O almeno così credevo. Trasformavano la materia grezza in un prodotto finito, la lana scozzese in un cappotto per un distinto signore, la seta in un frac per quel nobile decaduto.
Vedevo, osservavo e cercavo di rubare i segreti di un’arte antica tramandata da padre in figlio. Gli occhi erano la mia scuola, la mente i compiti con cui ripassare a casa le lezioni.
Alla fine ho deciso di dedicarmi completamente alla sartoria. Certo, non è stata una scelta semplice per quei tempi. I miei genitori volevano che studiassi e diventassi avvocato o ragioniere. Loro erano figli di sarti, ma hanno saltato una generazione.

Io l’ho ripresa. Forse era questione di dna, del resto una tradizione di famiglia non muore mai, al massimo va in letargo.
E così, dopo un lungo apprendistato, ho finalmente aperto un’attività. Eppure volevo qualcosa di diverso dalle sartorie contemporanee che sono eleganti, ma fredde, altamente tecnologiche ma anche senza un briciolo di manualità. Ecco, per fartela breve, desideravo che fosse ricamata sulla mia esperienza e sulla nostalgia per un mondo che sta scomparendo, perché il mio obiettivo è conservare quel patrimonio di tecniche, competenze e umanità.

Gli occhi erano la mia scuola, la mente i compiti con cui ripassare a casa le lezioni.

Per questo motivo, sul mio blog non leggerai parole come outfit, look, glam e altri anglicismi, ti racconterò che la giacca "non s’addà misurà, ma sentì", ti spiegherò come si costruisce una bella “manica a mappina”, come ngnimà un vestito e tanto altro ancora.
Perché non sali a bordo della mia macchina del tempo? Incominceremo insieme questo magico viaggio nell’antica sartoria napoletana.